Perché “Non è cibo”
Davanti ad uno scaffale del supermercato. Un giorno qualsiasi, un supermercato qualunque. Sequenze interminabili di pacchetti colorati promettono felicità, gusto, benessere. Tutto “più”: più cremoso, più croccante, più leggero, più sano, più proteico, più probiotico e naturalmente più conveniente. L’etichetta invece racconta tutto il “meno” oltre il packaging: meno cibo vero, meno natura, meno senso. È lì che ho avuto la sensazione che qualcosa ci stesse scappando di mano: siamo il Paese della Dieta Mediterranea, delle cucine regionali e dei prodotti tradizionali, eppure ci stiamo trasformando in un gigantesco fast food. A vincere non sono più l’olio extravergine di oliva, il pomodoro, il rigatone ma il marketing, l’olio di palma e l’omologazione del gusto. Gli alimenti ultra-processati – quelli che definisco “non-cibo” – hanno invaso le nostre dispense e le nostre vite, e lo hanno fatto in modo silenzioso, rassicurante, quasi affettuoso. Ci hanno amichevolmente convinti che siano più comodi, economici e persino più sicuri del cibo vero.
Il saggio non è una crociata contro la modernità o l’innovazione tecnologica. Tutt’altro. Vuole invece riflettere sulla grande illusione che ciò che sembra “più facile” sia anche migliore. Da osservatore dei consumi e dell’economia, mi sono chiesto: cosa succede quando intere filiere alimentari si piegano alla logica dell’ultra-processamento? Chi ci guadagna e chi perde?
Negli ultimi decenni abbiamo messo nel nostro serbatoio un carburante sempre più artificiale. Ma se un’auto di fronte alla benzina sbagliata si ferma, noi andiamo avanti lo stesso, illudendoci di stare bene. Intanto però il corpo si affatica, la mente si appanna, la salute pubblica peggiora. Non ho scritto da nutrizionista o medico – non lo sono – ma da cittadino (ed elettore, consumatore, risparmiatore) curioso che si interroga sulle conseguenze economiche e sociali delle proprie scelte quotidiane. Ho provato a unire le tessere di un mosaico fatto di studi scientifici, ricerche di mercato, storie di produttori, imprese e persone che, dal basso, stanno già cambiando le cose.
Non è cibo si muove tra quattro direzioni. Prima restituisce in sintesi che cosa siano davvero gli ultra-processati e perché sia così difficile riconoscerli: spesso si nascondono anche dove meno ce lo aspettiamo. Poi racconta come e perché li scegliamo, attratti da un’industria che conosce i nostri desideri meglio di noi stessi. È poi la volta dell’analisi delle conseguenze economiche e sociali di questa invasione, dal campo alla tavola: distorsione dei modelli agricoli, deforestazione, perdita di biodiversità, crisi climatica, danni alla salute, perdita in pochi anni di tradizioni secolari legati alla coltivazione e preparazione del cibo. E infine, nella parte conclusiva, provo a indicare vie di resistenza: scelte individuali, ma anche richieste collettive a istituzioni e imprese. Perché sì, le soluzioni esistono, a partire dal commercio equo e solidale, dall’agricoltura bio e rigenerativa, da nuove e vecchie forme di filiera corta, da imprese che si stanno mettendo in discussione in modo innovativo e sostenibile. Qui c’è tanta innovazione e tanta tecnologia messa al servizio della sostenibilità per tutti e non solo del profitto per pochi.
Alla domanda su chi ci guadagna e chi ci perde mi sono dato questa risposta: a lucrare sulla diffusione degli ultra-processati sono la maggior parte delle industrie e degli attori della distribuzione, a perderci sono gli agricoltori, l’ambiente e noi stessi, che riempiamo il carrello di calorie vuote e nutrienti sintetici.
Per questo il cambiamento parte da tutti noi: ogni acquisto è un messaggio al mercato, ogni pasto è un atto politico.
