
C’è un curioso patriottismo selettivo che attraversa il dibattito pubblico italiano nelle frange sovraniste e populiste dei due emisferi del Parlamento. Si accende con vigore quasi epico quando si tratta di difendere il prosecco dalle imitazioni straniere o il parmigiano dalle contraffazioni globali. In quei momenti, la nazione diventa un fortino: identità, tradizione, eccellenza. Tutto giusto, per carità. Ma poi, quando il tema si sposta sull’energia —cioè su ciò che letteralmente tiene accese le luci e le imprese del Paese— il tono cambia: si fa più sfumato, prudente, evasivo. Un paradosso, perché se c’è un terreno su cui il “supremo interesse della nazione” dovrebbe essere invocato senza esitazioni, è proprio quello dell’indipendenza energetica. Oggi infatti autonomia, sicurezza, stabilità economica della nazione passano per scelte altrui o per altrui stretti. Questo è un tema di sovranità vera, non di denominazione di origine controllata.
Perché questo paradosso? Una possibile risposta: affrontare seriamente il nodo dell’indipendenza energetica significherebbe riconoscere che alcune figure e istituzioni spesso liquidate con fastidio avevano, almeno in parte, ragioni da vendere. Che i richiami insistenti sulla transizione ecologica non erano solo posture ideologiche, ma anche analisi economiche. Che investire in rinnovabili non è una concessione al “verde”, ma una strategia industriale e geopolitica. Che forse avevano un po’ di ragione anche “i burocrati di Bruxelles”, con i loro target climatici e il loro Green Deal. Peggio: rivelerebbe che la sostenibilità non è roba da hippie e ambientalisti da corteo o da giovani attiviste arrabbiate (nell’immagine una prima pagina di Libero del 2019), ma da economisti veri e preparati: meno dipendenza dal gas straniero, bollette più basse, industrie competitive. La vera sovranità, no? Quella che autodetermina un popolo senza mendicare forniture altrui.

E qui il terreno si fa scivoloso. Non si tratta più di contrapporre visioni del mondo, ma di ammettere che la sostenibilità ambientale e quella economica, oggi, coincidono molto più di quanto si voglia riconoscere. L’energia prodotta localmente da fonti rinnovabili riduce la dipendenza da fornitori esterni, attenua l’esposizione alle crisi internazionali e stabilizza i costi nel lungo periodo. Non è un manifesto: è un bilancio. L’indipendenza energetica infatti rappresenta un imperativo strategico per l’Italia, importatrice netta di oltre il 75% del fabbisogno energetico (dati ENEA, 2025). Eppure, il dibattito nei due schieramenti si concentra sulla riapertura di forniture di gas russo – e quindi sul riavvio della dipendenza – anziché su un’accelerazione sulle rinnovabili che costituiscono l’unica via realistica per l’autonomia: solare ed eolico potrebbero coprire il 50-60% della domanda elettrica entro il 2030, secondo proiezioni IRENA (2026), riducendo vulnerabilità e costi.
In questo senso, guardare a modelli energetici più avanzati non è un atto di resa culturale, ma di pragmatismo nazionale. Significa chiedersi dove si stia costruendo davvero autonomia (e posti di lavoro) e dove, invece, si continui a inseguire equilibri fragili, legati a dinamiche esterne difficilmente controllabili perché in mano a soggetti instabili ed in lotta tra loro. Meglio guardare a ovest, al modello spagnolo, anziché tornare a dibattere su scelte fossili (in senso anche storico) come i rigassificatori o la riapertura al gas russo.
L’attuale emergenza impone di agire con meno slogn e più serietà: bisogna leggere la situazione attuale senza pregiudizi, ammettere gli errori, dividere con nettezza tattiche di corto respiro per tamponare le emergenze da strategie di lungo periodo tese a risolvere i problemi in modo strutturale. Occorre fare scelte che rafforzino la capacità del Paese di autodeterminarsi in un contesto di dialogo continuo con l’Europa ed i nostri veri alleati.
Anche quando questo comporta rivedere alcune narrazioni consolidate. Forse Greta Thumberg, stimati sovranisti, non diceva poi cose così gretine.
Alessandro Franceschini